La Storia dei Sanseverino
Mercato S. Severino, comune di origini antichissime, fu abitato dai
Romani e successivamente da Bizantini e Longobardi.
Il luogo acquista notorietà con l'avvento dei Normanni, e
precisamente con Troisio, che darà vita alla nobile e
potente
famiglia dei Sanseverino, la cui presenza nel territorio del comune
è da mettere in relazione alla conquista di Salerno da parte
di
Roberto il Guiscardo.
Chi fosse veramente Troisio non è dato sapere. Per qualche
storico è un semplice fante o al massimo un miles il cui
nome
deriverebbe da Troies o Treies, sua città di origine. Altri
gli
attribuiscono natali nobili, identificandolo col figlio di tal
Crispino, signore di Arnes. L’unico dato certo è
il suo
nome, Troisius, ed è quanto basta, dal momento che hanno
rilevanza le sue imprese e ancor di più le conquiste di un
vasto
territorio che si estendeva dalle Serre di Montoro ai confini della
foria di Salerno avvenute nell’anno 1066.
Troisio va considerato una pedina importante della conquista del
Principato di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo. Infatti, per
fare terra bruciata intorno a Gisulfo II, principe di Salerno, Troisio
viene incaricato dell’occupazione delle terre a nord della
città.
Non si conosce il nome del conte longobardo di Rota estromesso da
Troisio. Forse un tal Paldone, ma con sicurezza l’ultimo di
una
serie di signori longobardi di quella contea. L’occupazione
di
Rota mette in serio allarme Gisulfo, già turbato
dall’invasione delle terre a sud del Principato da parte di
Guglielmo di Altavilla. Il piano del Guiscardo di isolare Gisulfo nei
ristretti limiti di Salerno ha il suo epilogo nel 1077 con la conquista
della città e la definitiva estromissione
dell’ultimo
principe longobardo dal Principato.
All’epoca, Troisio occupa in piena autonomia Rota e il suo
circondario. Ma la conquista non è priva di contrasti,
infatti
l’usurpazione, sin dall’inizio, viene aspramente
contestata
dalla chiesa di Salerno, che ne rivendica la titolarità.
Nell’anno stesso della conquista di Rota Alfano, arcivescovo
di
Salerno, ricorre al papa affinché intervenga per
ripristinare i
diritti usurpati.
L’intervento del pontefice non si fa attendere. Nel settembre
del
1067 Alessandro II colpisce l’invasores - come egli lo chiama
-
con la scomunica. Un vero e proprio strumento politico, in quanto se
impiegata contro un sovrano o persona di rango comportava lo
scioglimento del dovere dell’obbedienza nei loro confronti da
parte dei sudditi, e per questo assai temuta.
Consapevole della gravità del provvedimento, il mese
successivo
Troisio si reca dal papa a Capua per invocarne il perdono, che gli
viene concesso con l’annullamento della scomunica.
Gli storici si chiedono: fu calcolo politico o vero pentimento?
L’interrogativo rimane. Nella realtà Troisio
conserva
quanto ha sottratto alla chiesa salernitana, benché un
documento
papale dell’epoca parla di restituzione delle terre usurpate.
E’ probabile che si tratti solo di una dichiarazione formale
senza conseguenze concrete: Troisio ha dalla sua la forza delle armi
contro le quali non c’è scomunica che tenga. Non
si
esclude che la conquista di Rota avesse goduto dell’avallo
dello
stesso Gisulfo, che già in altre occasioni aveva dovuto suo
malgrado accettare il fatto compiuto in virtù
dell’aiuto
sollecitato agli stessi normanni per difendere il Principato da
attacchi esterni.
Non si conosce la consistenza dei territori usurpati da Troisio.
Tuttavia è accertato che i suoi figli sono signori di S.
Severino (Mercato), Bracigliano, Roccapiemonte, Montoro, castelli e
casali probabilmente ereditati.
Con la conquista di Rota molte cose cambiano nelle terre occupate,
soprattutto dal punto di vista politico-amministrativo.
Si congettura che venga sostituito anche il nome di Rota, che indicava
l’antico gastaldato, con S. Severino, un nome completamente
nuovo
nella zona, dal momento che non ha riscontri con una famiglia
altomedievale di Rota o di altro personaggio eminente. Si presume che
uno sconosciuto comes rotese o il gastaldo o addirittura lo stesso
principe salernitano abbiano voluto dotare la valle della reliquie del
santo, verosimilmente custodite in alto, sulla collina, dove
già
esisteva un primo nucleo del castello, per preservarla da possibili
trafugamenti.
Pertanto, quando Troisio diventa l’indiscusso padrone di ogni
cosa, non si esclude che abbia voluto – come il Guiscardo
–
eleggere un santo a protettore delle sue banditesche imprese associando
al suo nome originario proprio quello di S. Severino.
Dopo la conquista del gastaldato l’impegno di Troisio si
concentra nel consolidamento dei feudi usurpati, con nuove conquiste e
nella edificazione di una imponente opera fortificata.
E’ a lui, infatti, che si attribuisce l’ampliamento
del
preesistente castello longobardo, benché di
quest’ultimo,
anche alla luce di recenti scavi, non si sono trovate tracce.
Del capostipite dei Sanseverino è noto il nome dei figli,
mentre
ignota è l’identità della moglie. Si
ipotizza che
fosse longobarda e di appartenenza al ceto medio alto, in
considerazione del fatto che all’epoca del matrimonio Troisio
occupa già un ruolo di rilievo nel sistema socio-politico
normanno, ormai consolidato nel Principato.
Da un atto notarile del 1081 si apprende che Troisio e il figlio
Roberto sono già morti. E’ possibile che le sue
spoglie e
quelle dei più stretti congiunti siano state inumate nella
cripta della cappella palatina, attualmente sommersa di materiale
detritico a causa di cedimenti del soffitto e di successivi crolli
delle pareti.
Dei figli di Troisio, gli subentra nel feudo di S. Severino il
primogenito Ruggero, che impalma la longobarda Sica, nipote di
Guaimario IV, principe di Salerno. Degli altri: Silvano è
signore di Roccapiemonte, Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di
Bracigliano, mentre Diletta viene concessa in matrimonio al milite
Eremberto.
Ruggero continua, prima col padre e poi da solo, ad allargare i confini
del feudo di famiglia con acquisti illegittimi e violenti. Alla fine
del secolo i suoi domini si estendono su un vasto territorio compreso
tra Forino e Nocera. A fare le spese delle successive usurpazioni
è la badia di Cava, subentrata alla chiesa salernitana nella
cura delle terre di Rota.
Consolidati i suoi possedimenti con le recenti conquiste Ruggero, ad
imitazione dei signori dell’epoca, non disdegna
l’elargizione di donativi a chiese e monasteri.
L’iniziativa non si ispira certo ad un suo ravvedimento per
l’occupazione violenta dei beni della Chiesa, quanto
all’accortezza di contenere le sue conquiste nei limiti di
tollerabilità oltre i quali abati e vescovi avrebbero potuto
reagire con l’ingaggio di forze prezzolate a difesa delle
proprie
prerogative temporali.
Tuttavia, in seguito, sinceramente pentito, Ruggero restituisce, sotto
forma di donazioni, numerose terre alla chiesa salernitana e
soprattutto al monastero della SS. Trinità di Cava, il
più colpito dalle sue angherie e sopraffazioni. Nello stesso
monastero egli si ritira negli ultimi anni della sua vita vestendo il
saio dell’ordine. Muore nel 1125.
Ruggero ha due figli: Roberto ed Enrico. L’esteso patrimonio
di
famiglia, come consuetudine, è destinato al primogenito
Roberto.
Se ne ha conferma da un documento del gennaio 1109. In
quell’anno, nel corso di una solenne assemblea tenutasi nella
curia baronale del castello di Montoro, il signore del castello di
Monteforte, tale Guglielmo Carbone, alla presenza di Ruggero, presta
giuramento di fedeltà a Roberto, suffeudatario del castello
di
Montoro.
Carbone, in cambio della sua sottomissione, ottiene da Roberto il
dominio su tutte le terre e i casali che il padre gli ha concesso nei
territori di S. Severino, Montoro, Lauro e Forino.
Benché l’erede designato per diritti di
primogenitura
fosse Roberto, è il fratello Enrico a succedere al padre
Ruggero. L’assegnazione dei feudi di famiglia al
secondogenito ha
all’origine sicuramente intrighi dinastici insorti alla
vigilia
della monacazione di Ruggero nel monastero di Cava.
L’esistenza di dissidi tra i due fratelli è
testimoniata
da un diploma di donazione di terre da parte di Ruggero al monastero di
Cava. Nell’atto, alla sottoscrizione del donante, si
accompagna
quella di Enrico che si firma “figlio ed erede
dell’anzidetto signor Ruggero”. E’
consuetudine nel
Medioevo sottoscrivere atti pubblici, come i diplomi di donazione, con
la doppia firma del donante e del suo successore.
Dunque il documento in questione comprova l’estromissione di
Roberto alla successione nei feudi paterni. Quanto
all’origine
della cause che portarono alla violazione del diritto di successione
non si posseggono elementi.
Il trasferimento dei feudi dei Sanseverino ad Enrico, con
l’esclusione del primogenito Roberto, non è
indolore.
Roberto, infatti, abbandona la casa paterna e dà vita ad un
ramo
parallelo della famiglia: i Sanseverino di Caserta, che non tarderanno
ad entrare in conflitto con il ramo principali.
L’impegno di Enrico nella gestione dei feudi è
coerente
con gli indirizzi paterni. Egli da una parte continua
nell’opera
di espansione dei territori ereditati e dall’altra, con
copiose
elargizioni a monasteri e altri luoghi pii, si atteggia a paladino
della Chiesa.
Al momento dell’investitura di Enrico a signore di S.
Severino, i
domìni della famiglia, in seguito ad acquisizioni del padre
e
degli zii, si estendono fino al Cilento. Si tratta di feudi contigui ad
altri di alleati normanni, il cui collegamento consente
l’accesso
ai porti a sud del regno, indispensabile per assicurarsi nuovi sbocchi
commerciali. Per gli stessi motivi Enrico rivolge i suoi interessi
verso nord, ancora una volta alla ricerca di una via di penetrazione
nella valle nolana e vesuviana. Per la riuscita dell’impresa
stabilisce una solida alleanza con i conti di Avellino.
Ciononostante l’occhio e il cuore di Enrico restano legati
alla
valle rotese, dove si adopera per consolidare vecchie e nuove conquiste
e per affermarsi quale signore munifico, al fine di acquisire
benemerenze nei confronti della Chiesa e di accrescere il suo rango
rispetto alla nobiltà dell’epoca.
Numerose sono le elargizioni di Enrico soprattutto alla badia cavense,
alla quale vengono assegnati casali e terre nel 1125, in occasione del
centenario della fondazione del monastero, e nel 1130. Altri
destinatari di donazioni sono il monastero Verginiano di Penta,
nell’anno della sua istituzione (1127), e la badia di
Montevergine, che nel 1135 ottiene numerose terre nella valle di S.
Severino, e in particolare nei casali di Oscato, Monticelli, Costa e
altri siti non individuati.
Nell’anno 1137, pare che siano stati ospiti di Enrico nel
castello di S. Severino papa Innocenzo II e l’imperatore
Lotario
II, diretti verso Avellino, dopo il vittorioso assedio di Salerno,
roccaforte di Ruggero II re di Sicilia, fautore dello scisma
dell’antipapa Anacleto II. Invece non sussistono dubbi sullo
svolgimento nel castello di un consiglio dei baroni per la nomina di
Rainolfo, conte di Alife e di Avellino, a duca di Puglia per essersi
distinto nella sollevazione dei baroni del regno proprio contro Ruggero
II.
Enrico sposa Fenizia, della cui famiglia non si hanno notizie.
Dall’unione nascono l’erede Guglielmo e Marotta.
Il Sanseverino muore entro il marzo del 1157, anno in cui la moglie
Fenizia risulta reggente dei feudi di famiglia a causa della minore
età di Guglielmo. L’amministrazione del vasto
patrimonio
feudale è nelle mani di Sergio Secia.
Fenizia e Marotta si distinguono per una eroica e triste vicenda, che
ha come teatro di guerra il castello di S. Severino.
Per comprendere appieno i tragici eventi che coinvolgono la famiglia di
Enrico va spiegato il contesto politico nel quale si svolge la vicende.
L’instaurazione a Palermo, da parte di Ruggero II, della
nuova
monarchia con struttura amministrativa fortemente centralizzata
danneggia e mortifica quelle autonomie cittadine, che pure hanno avuto
uno sviluppo considerevole rispetto alle città del nord
d’Italia. Nel Mezzogiorno, tali autonomie cittadine sono
impersonate dai rispettivi feudatari non allineati alla monarchia
accentratrice. E Fenizia fa parte della schiera di feudatari del regno
contrapposta col potere regio.
All’epoca in cui Fenizia assume il controllo dei feudi dei
Sanseverino, re di Sicilia è Guglielmo il Malo, succeduto a
Ruggero II nell’anno 1154.
Il re, intenzionato a colpire i baroni del continente, rei della
congiura contro il grande ammiraglio Maione, conclusasi con la
soppressione di quest’ultimo per mano di Matteo Bonello,
organizza un forte esercito e dalla Sicilia, attraverso la Puglia,
raggiunge la Campania. Alla congiura hanno preso parte anche Guglielmo
Sanseverino, al tempo maggiorenne, e Ruggero de Aquila, conte di
Avellino, marito di Marotta.
La partecipazione alla congiura contro re Guglielmo non è
l’unico reato di cui sono incolpati i Sanseverino. Un
ulteriore
affronto nei confronti del sovrano riguarda la mancata richiesta di
assenso regio da parte di Ruggero de Aquila e Marotta per la
contrazione del loro matrimonio, come richiesto dalle consuetudini
vigenti.
Appresa la notizia che le milizie del re hanno raggiunto il suolo
campano, Guglielmo e il cognato Ruggero, per sfuggire alla cattura, si
danno alla fuga. A difesa del castello di S. Severino restano Fenizia e
Marotta.
Madre e figlia si segnalano per il grande coraggio con il quale si
oppongono al lungo assedio delle milizie del Malo. Il primo che si
conosce di una lunga serie (se ne conoscono otto).
Si ignora la durata dell’assedio, tuttavia, nonostante la
fiera
opposizione delle due donne, il castello capitola. L’episodio
è collocato nell’anno 1162.
Fenizia e Marotta, catturate, vengono tradotte in Sicilia e rinchiuse
nelle carceri di Palermo, dove finiscono i loro giorni.
I feudi di famiglia, sottoposti a confisca e acquisiti dalla regia
Corte, in dispregio agli eredi di Enrico, vengono ceduti ai Sanseverino
di Caserta per assecondare una loro antica aspirazione.
La morte di re Guglielmo, avvenuta il 7 maggio 1166, determina un
repentino cambiamento nella politica generale del regno. La regina,
Margherita di Navarra, succeduta al marito con funzioni di reggente, in
luogo del figlio Guglielmo II, intenzionata ad eliminare i precedenti
contrasti tra alcuni feudatari e la corona, concede una amnistia
generale sia ai prigionieri politici sia ai fuorusciti, con la
restituzione dei feudi confiscati.
In seguito a tale provvedimento Guglielmo riacquista i feudi confiscati
di S. Severino e del Cilento. Una decisione che incontra la fiera
opposizione dei Sanseverino di Caserta, Roberto II e il figlio Ruggero,
i quali promuovono un’azione giudiziaria contro Guglielmo.
Intanto nel 1167 il regno passa a Guglielmo II, detto “il
Buono”. Nello stesso anno, davanti alla regia Corte, si
svolge il
giudizio che vede contrapposti i due rami Sanseverino. Roberto II e il
figlio Ruggero sostengono che i feudi in contestazione sono di loro
appartenenza in quanto usurpati da Enrico, padre di Guglielmo. Il
cancelliere del regno, sentite le ragioni delle parti, emette sentenza
favorevole a Guglielmo riconoscendogli la titolarità dei
feudi
dei suoi avi. Nello stesso tempo, per evitare l’insorgere di
nuovi contrasti tra i due rami della famiglia, ai Sanseverino di
Caserta viene assegnata un’altra terra nelle Puglie.
Guglielmo sposa Isabella dei conti Marsico, un matrimonio che consente
in seguito ai Sanseverino di acquisire la contea di Marsico, titolo
compreso.
Dal matrimonio con Isabella nascono Enrico, Giacomo e Tommaso. Enrico
muore prima del padre e gli subentra nel feudo il secondogenito Giacomo.
Nel 1220 il regno passa a Federico II di Svevia, che dimostra subito
antipatia per i baroni. Infatti, dopo qualche anno, ne fa incarcerare
diversi, tra i quali Giacomo Sanseverino, con l’accusa di non
avergli fornito sufficienti milizie per contrastare le invasioni dei
saraceni in Sicilia. E’ questo un ulteriore attacco alle
autonomie signorili che finisce per ritorcersi contro la corona.
Spogliato dei suoi feudi, incamerati dalla regia Camera, Giacomo viene
obbligato a partecipare alla crociata del 1227, ma muore di peste prima
dell’imbarco per la Terra santa.
Nel 1229 i feudi della famiglia vengono restituiti al terzogenito
Tommaso I, che per entrarne in possesso assume toni concilianti nei
confronti della corona. Tuttavia le mire di Tommaso sono rivolte alla
contea di Marsico, la cui acquisizione gli consente di fregiarsi
finalmente del titolo di conte.
L’occasione gli si presenta nel 1239, anno in cui Marsico
viene
incamerata dalla regia Corte poiché Giacomo Guarna, che ne
è il titolare muore senza eredi. Per entrarne in possesso,
Tommaso rinuncia ai feudi di S. Severino e del Cilento, inoltre versa
al demanio svevo a titolo di conguaglio mille once d’oro.
Lo scambio di terre ricche e floride con un feudo sperduto del profondo
Sud dovette sembrare incomprensibile ai più. Ma i motivi di
tale
scelta possono essere stati diversi: affettivi, per il fatto che il
feudo di Marsico appartiene alla famiglia della madre di Tommaso;
strategici, perché il Nostro è convinto di
potersi
riprendere S. Severino e il Cilento. Tuttavia, non va escluso che lo
scambio sia stato originato dall’ambizione, cioè
dal
desiderio di Tommaso di fregiarsi di un titolo che gli odiati cugini di
Caserta e di Lauro avevano acquisito da tempo.
Tommaso sposa Perna de Morra, dalla quale ha due figli, Guglielmo e
Ruggero. L’epoca in cui egli vive è caratterizzata
dal
conflitto tra l’imperatore e il papa. All’avvento
di
Federico II sul trono di Sicilia la lotta tra le due alte
potestà si concentra intorno alla supremazia
sull’isola.
Da una parte Federico si sforza di affermare l’autonomia del
regno dalla Chiesa, dall’altra Innocenzo IV rivendica il
potere
del papato sulla Sicilia, già patrimonio di S. Pietro in
epoca
normanna.
Come i suoi avi, Tommaso parteggia per il partito del papa,
benché pubblicamente ostenti una velata devozione verso
l’autorità imperiale.
Nel 1245 l’opposizione e la resistenza dei comuni lombardi,
assoggettati da Federico, impegnano quest’ultimo con le sue
migliori energie sui campi della Lombardia. Egli non sospetta quanto si
va tramando alle sue spalle, convinto com’è di
godere
della fedeltà del popolo, che ha favorito con
l’emanazione
di leggi volte a tutelarlo dalle angherie dei baroni. Uscito vincitore
da quel conflitto Federico è costretto a fronteggiare
l’anno successivo una congiura organizzata dal partito del
papa
nel regno di Sicilia. Alla congiura prendono parte eminenti
personalità politiche e militari e potenti baroni del regno,
tra
i quali Tommaso e il figlio Guglielmo.
Ma la trama dei congiurati viene scoperta per il tradimento di alcuni
di essi. L’imperatore, che è in vacanza a
Grosseto, viene
avvertito da Riccardo Sanseverino, conte di Caserta e suo genero, di
quanto si va tramando alle sue spalle. Informati del fallimento della
congiura, Tommaso e Guglielmo riparano nel loro castello di Sala
Consilina, dove si trincerano in attesa degli eventi; altre decine di
congiurati si chiudono nel munitissimo castello di Capaccio.
Federico, consapevole della gravità del momento, ritorna nel
regno per fronteggiare personalmente la situazione.
Del fallimento della congiura viene avvertito anche il papa, esule a
Lione. Innocenzo in breve tempo organizza e invia un contingente
militare in soccorso degli assediati, ma l’esercito papale
viene
intercettato e sconfitto dalle milizie di Marino d’Eboli,
alleato
dell’imperatore. Neutralizzata anche una seconda spedizione
promossa nuovamente dal papa, si profila per i cospiratori la tremenda
vendetta di Federico.
A Riccardo Sanseverino viene affidato l’incarico di portare
l’assedio al castello dove sono rinchiusi gli odiati cugini.
Dopo
una lunga e strenua difesa la fortezza di Sala con i suoi assediati
capitola. Tommaso e Guglielmo con alcuni familiari viene rinchiuso
nelle carceri del castello in attesa della condanna.
Dell’impresa più ardua, la conquista del castello
di
Capaccio, si occupa personalmente l’imperatore, che solo
ricorrendo ad uno stratagemma riesce ad ottenere la resa dei
cospiratori, dopo ben quattro mesi di assedio.
La vendetta dello Svevo è di inaudita crudeltà. I
congiurati (circa centocinquanta) con i loro soldati vengono
orrendamente mutilati e finiti dopo inenarrabili sevizie. Stessa sorte
tocca a Tommaso e al figlio Guglielmo. Le donne, in catene, vengono
invece trasferite nelle carceri di Palermo.
In seguito a questo massacro esce quasi del tutto distrutto il ramo
diretto dei Sanseverino; unico superstite è il piccolo
Ruggero,
ultimo figlio di Tommaso, che con la madre riesce a sfuggire alla
vendetta dell’imperatore riparando probabilmente nel feudo di
Marsico.
Madre e figlio, alla notizia della disfatta dei propri congiunti,
riparano in Francia, a Lione, sotto la protezione del papa.
In seguito alla fellonia dei Sanseverino la contea di Marsico viene
assorbita dal fisco regio.
Nel 1250 nel castello di Ferentino in Puglia muore Federico II. Gli
succede il figlio naturale Manfredi.
L’anno successivo signore di Monteforte e di S. Severino
è Bertoldo di Hohemburg.
Dopo una effimera pace tra re Manfredi e papa Innocenzo IV, nel 1254
Ruggero ritorna nel regno, dove riprende possesso dei feudi di S.
Severino e Cilento.
Una nuova rottura dei rapporti tra il papa e il re costringe Ruggero a
riprendere la via dell’esilio. I suoi feudi ancora una volta
vengono riassorbiti dal fisco regio e assegnati a Giordano de Anglano.
Nel 1261, sul trono pontificio viene eletto Urbano IV. Il breve
pontificato di questo papa francese (muore nel 1264) è
strettamente legato al definitivo tramonto della potenza sveva in
Italia, che culmina nella sconfitta di Manfredi e la chiamata di Carlo
d’Angiò sul trono di Sicilia.
Tuttavia gli accordi con l’Angioino vengono perfezionati dal
successore di Urbano, Clemente IV, altro papa francese. Alcuni storici
attribuiscono a Ruggero Sanseverino un ruolo importante nei rapporti
tra il governo pontificio e il re francese. E’ accertata la
sua
partecipazione nella battaglia di Benevento col ruolo di capitano.
Nel 1266, con la sconfitta e la morte di Manfredi, a Ruggero vengono
riconfermati i suoi feudi. E’ probabile che in quello stesso
anno
sposi Teodora d’Aquino, sorella di S. Tommaso, dalla cui
unione
nasce Tommaso II.
Sotto Carlo I, Ruggero ricopre importanti incarichi: vicario del re a
Roma e suo consigliere e ancora suo vicario nel regno di Gerusalemme
tra il 1277 e il 1282. Nel 1283 è Giustiziere di Terra di
Lavoro
e Molise; nel 1285 lo è di Val di Crati e Terra Giordana
(Calabria cosentina), Basilicata e Principato Citeriore. Nello stesso
anno muore in Marsico.
I numerosi incarichi ricoperti da Ruggero lo tengono per lunghi periodi
lontano dai suoi feudi, e in particolare da quello di S. Severino, dove
nell’avito castello risiede la moglie Teodora.
La d’Aquino dovette ospitare più volte il fratello
Tommaso
tra il 1272 e il 1274, periodo in cui il santo è a Napoli,
dove
per incarico del Capitolo generale del suo ordine (Domenicani) insegna
teologia.
Degli incontri a S. Severino tra Tommaso e Teodora l’ultimo
è documentato tra il dicembre 1273 e il gennaio
dell’anno
successivo. Il santo all’epoca non è ancora
cinquantenne,
ma il suo fisico è minato dalle logoranti esperienze dei
rapimenti e delle estasi. Tra le più intense si ricorda
quella
del 6 dicembre 1273, durante la celebrazione della Messa nella cappella
di S. Nicola, presso la chiesa domenicana di Napoli. Da quella visione
Tommaso esce completamente trasfigurato e tale resta, come immerso in
un innaturale torpore.
In quel periodo, invitato da Gregorio X al Concilio di Lione, Tommaso,
lungo il viaggio per la Francia, esprime il desiderio di sostare a S.
Severino, nel castello in cui vive la sorella.
L’episodio dell’incontro è narrato dal
primo
biografo del santo nel processo di canonizzazione tenutosi a Napoli nel
1319.
Negli atti del giudizio è scritto che il viaggio alla volta
del
castello di S. Severino si svolge in cavalcatura, “a trotto
serrato e con grande difficoltà”.
Tommaso, con al seguito fra Reginaldo e altri confratelli, giunto nei
pressi del castello viene raggiunto da Teodora, che resta fortemente
scossa a causa dello stato mentale e fisico in cui versa il fratello.
Interrogato sull’origine di tale stato, fra Reginaldo
racconta
l’episodio dell’ultima visione e
dell’interruzione da
parte di Tommaso delle sue dotte scritture.
Probabilmente l’ultima delle estasi folgora Tommaso proprio
nella
residenza sanseverinese, mentre è raccolto in preghiera
nella
cappella del palazzo.
Ripresosi, dopo gli energici interventi della sorella e dei suoi
confratelli, Tommaso si apparta con fra Reginaldo, al quale, in gran
segreto, comunica di aver maturato l’intenzione, in seguito
alle
ultime visioni, di porre termine ai suoi studi e delle sue scritture,
che ritiene inutili in seguito a quanto ha potuto vedere durante gli
estenuanti rapimenti.
Il senso della rivelazione di Tommaso è che una volta
ammesso a
contemplare per grazia speciale la luce inaccessibile in cui abita Dio,
egli ritiene inutile affrontarne la ricerca attraverso i suoi studi.
Alla morte di Ruggero, l’erede Tommaso II ha circa 18 anni.
Dal
suo matrimonio con Margherita di Valdemonte di Ariano nascono Enrico,
Teodora e Margherita.
Per i suoi successi nella guerra antiaragonese di Sicilia, nel 1299 gli
viene accordato dal re il feudo di Ragusa. Molti altri ne acquista in
Basilicata e in Calabria, allargando così i confini dei
domini
feudali della famiglia verso il sud.
Dalle seconde nozze con Sveva, contessa di Tricarico, nascono Giacomo,
Guglielmo, Roberto e Ruggero.
Nel 1309, alla morte del re, Carlo II, Tommaso doveva ricoprire la
carica di Connestabile e, nello stesso tempo, anche la reggenza per gli
incarichi in Perugia del nuovo re angioino Roberto.
Tommaso II va soprattutto ricordato per aver propiziato la fondazione
della Certosa di Padula.
Muore nel 1324, dieci anni dopo la scomparsa del figlio Enrico, che dal
matrimonio con Ilaria di Lauria nascono l’erede Tommaso III e
Ruggero.
Tommaso III è uno degli esponenti di maggior spicco dei
Sanseverino di Marsico.
Nel 1324 è in Sicilia nella guerra contro gli aragonesi.
Dotato
di spiccate doti militari, intorno al 1326 viene nominato, come il
padre e il nonno, gran Connestabile del regno, un ufficio dal quale
dipende il comando generale dell’esercito in tempi di pace e
di
guerra. Il riconoscimento lo colloca al primo posto tra i baroni e i
dignitari di corte. Nello stesso periodo sposa Margherita di Noheriis
di Val di Piro.
Sotto Roberto, detto “il Saggio”, capo indiscusso
del
partito guelfo in Italia, Tommaso è chiamato a intervenire
in
Toscana nella lotta tra guelfi e ghibellini. A capo
dell’esercito
napoletano dirige, tra il 1333 e il 1337, le operazioni militari contro
i ghibellini di Firenze.
Nello stesso anno è in Puglia per sedare il conflitto tra i
Pipino, conti di Minervino, e i della Marra, grossi feudatari pugliesi.
I primi, ribellatisi alle prerogative amministrative e politiche del
re, infestano l’intera regione minacciando gli interessi dei
della Marra. Tommaso si adopera in favore di questi ultimi.
L’anno successivo è impegnato ancora nella lotta
antiaragonese, una guerra aspra ma come sempre senza sbocchi concreti
per la causa angioina.
Nel 1343 muore re Roberto e gli succede Giovanna I. La nuova regina
conferma a Tommaso l’incarico di gran Connestabile del regno.
Il
Sanseverino, sotto il governo di Giovanna, è impegnato in
numerose azioni militari, tra le quali la lotta al banditismo dilagante
già all’epoca di Roberto.
Dal matrimonio con Margherita Tommaso non ha figli. In seguito alla
morte prematura della moglie sposa Margherita Clignetta, signora di
Caiazzo, celebre in Italia per bellezza e virtù. Dal secondo
matrimonio nascono Antonio, Francesco e Luisa.
La regina Giovanna riconosce in Tommaso, oltre alle doti militari,
anche quelle diplomatiche, infatti lo nomina ambasciatore di Napoli,
presso la sede papale di Avignone.
Nel 1345 è ancora in Sicilia contro gli aragonesi, ma dopo
un
mese l’esercito angioino batte in ritirata. Il ritorno nel
continente coincide con un fatto grave avvenuto nel castello di Aversa:
l’assassinio di Andrea d’Ungheria, marito della
regina
Giovanna, in seguito a una congiura di palazzo.
Andrea è stato indicato dal papa futuro re di Napoli,
pretesa
non gradita dai feudatari locali, fedeli al ramo francese-angioino.
Il matrimonio di Giovanna con Luigi di Taranto, capo della rivolta
contro Andrea, conferma nel fratello di questi, Luigi, re
d’Ungheria, i sospetti di complicità della regina
nella
congiura.
Nel 1348 Ludovico invade il regno di Napoli per vendicare la morte di
Andrea. La regina e il marito riparano in Francia. Dal canto suo
Tommaso, del quale non si conosce il ruolo avuto nella congiura, si
ritira nei suoi feudi.
Allentatasi la pressione degli ungheresi nel regno, nel 1348 Tommaso
riprende il comando dell’esercito. Il 13 giugno dello stesso
anno
Giovanna, da Avignone, lo nomina tra i vicari generali e amministratori
del regno. Tommaso è ormai uno degli uomini più
potenti
d’Italia; per suo merito, i Sanseverino di Marsico sono
considerati i primi feudatari napoletani.
Giovanna, al ritorno dall’esilio francese, gli conferma
l’importante incarico di Giustiziere del Principato Citeriore
e
lo nomina Strategoto di Salerno.
Presagendo la fine dei suoi giorni, nel 1358 Tommaso consente ai
francescani di avere nel castello di S. Severino una sede provvisoria,
in attesa della costruzione del convento a valle, da lui voluto.
Muore nell’aprile dello stesso anno e nell’agosto
viene
tumulato in un monumentale sarcofago nella chiesa del convento appena
eretto.
Dopo la morte di Tommaso III, per trovare altri esponenti di spicco dei
Sanseverino di Marsico dobbiamo trasferirci all’epoca di
Roberto
I, principe di Salerno.
Un salto di circa un secolo durante il quale molti rivolgimenti
politici si sono verificati nel regno: l’apertura della crisi
dinastica alimentata dalla rivalità tra i tre rami (Durazzo,
Taranto e Ungheria) in cui si è divisa la casa
d’Angiò, l’avvento al potere nel 1381
dei
Durazzeschi, la burrascosa conquista del regno di Napoli da parte di
Alfonso d’Aragona nel 1442 che, avendo ereditato dal padre la
Sicilia, segna la ricostituzione dell’antico regno
normanno-svevo
di Sicilia.
Roberto I eredita i feudi di famiglia nel 1445, dopo
l’immatura
morte del primogenito Luigi. Verso la fine degli anni Cinquanta sposa
Berardina del Balzo Orsini, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Il
matrimonio è ben visto da re Ferrante, succeduto nel 1458 al
padre Alfonso, poiché quell’unione gli consente di
allacciare legami con due tra le più potenti famiglie del
regno.
Ma, mentre Roberto resta fedele alla casa d’Aragona, gli
Orsini
appoggiano gli angioini, nonostante avessero ottenuto da Alfonso e
confermato da Ferrante il Principato di Salerno.
Nell’estate del 1460 si svolge l’inevitabile
scontro tra
aragonesi e angioini. Roberto vi prende parte nella veste di Grande
Ammiraglio. A Sarno, dove gli aragonesi vengono momentaneamente
sconfitti, Roberto viene gravemente ferito. Rifugiatosi nel castello di
Nocera, è costretto alla resa in virtù della
quale
stabilisce una alleanza con Renato d’Angiò, che lo
nomina
Cavaliere della Luna crescente.
L’alleanza con l’angioino si rivela ben presto
effimera.
Nel settembre dello stesso anno Roberto ripassa al partito aragonese,
attribuendo il momentaneo tradimento al pericolo emergente.
In seguito, le sorti della lotta tra Renato e Ferrante volgono a favore
di quest’ultimo. Roberto partecipa attivamente alle
operazioni
militari, che si svolgono tra Cosenza e dintorni, dove gli Orsini
vengono sconfitti. Rimane in loro potere la sola Salerno, che Roberto
conquista nel luglio del 1461. Il 18 settembre dell’anno
successivo gli viene assegnato il Principato di Salerno, che gli Orsini
detenevano dal 1439.
Inizialmente, Roberto stabilisce la sua corte a Salerno, per
trasferirsi successivamente a Napoli.
Nel 1463 acquista da Ferrante S. Mango e Filetta nel salernitano e
Montoro nel sanseverinese. Alcuni anni dopo, mantenendo fede ad una
promessa fatta al padre Giovanni, promuove la costruzione del convento
domenicano in Mercato. L’assenso papale è del 9
luglio
1466.
Il convento, oggi Palazzo Vanvitelliano, con la vicina chiesa
intitolata a S. Giovanni in Parco, viene visibilmente rimaneggiato
nella seconda metà del Settecento. Unica testimonianza
riferibile all’impianto originario dell’opera
è il
campanile della chiesa, attribuito a Novello di Sanlucano.
A Roberto si deve anche un contributo al rinnovamento culturale del
nostro Mezzogiorno, frutto probabilmente dell’educazione
umanistica ricevuta in giovinezza dalla madre. Egli, infatti, come i
maggiori signori italiani del Rinascimento, diventa protettore di
letterati, umanisti, poeti, musicisti e artisti, tra i quali Masuccio
Salernitano (Tommaso Guardati), novelliere tra i più noti
dell’umanesimo italiano. Masuccio viene accolto alla corte
del
sanseverino nella veste di segretario, analogo ruolo rivestito dal
padre Luigi presso gli Orsini.
Nell’anno in cui favorisce l’edificazione del
convento
domenicano in Mercato, viene avviata in Napoli, su progetto di Novello
di Sanlucano, la costruzione del palazzo Sanseverino, di fronte a Santa
Chiara. Un edificio che per il gusto e l’imponenza esprime
una
delle ambizioni dei maggiori feudatari del regno, e cioè
quella
di primeggiare in grandezza col re.
Il palazzo, ampiamente rimaneggiato, oggi è sede della
chiesa del Gesù.
Secondo l’umanista Gioviano Pontano, Roberto conduce una vita
saggia e dedicata alle lettere grazie appunto agli insegnamenti
materni. Lo stesso Pontano nel 1472 gli dedica il trattato De
oboedientia, riconoscendogli di aver governato i feudi con
equità e giustizia.
Dalla moglie Berardina, Roberto ha tre figli: il primogenito Antonello,
nato agli inizi del 1460, Giovanni e Giovanna. L’ultimo suo
atto
è una patente di raccomandazione, emanata il 2 maggio 1474
dal
suo palazzo di Lagopiccolo, indirizzata a Lorenzo de Medici a favore di
un suo protetto. Muore il 2 dicembre dello stesso anno.
A Roberto succede il primogenito Antonello. Questi nel 1474, anno in
cui eredita i feudi paterni, ha pressappoco quattordici anni. Nel 1477,
come il padre, riceve con investitura solenne il titolo e le funzioni
di Grande Ammiraglio.
Dopo tre anni sposa Costanza, figlia di Federico di Montefeltro, duca
di Urbino, che gli dà l’erede Roberto II.
Nel 1481, al comando di una flotta di quaranta galee e venticinque navi
armate dal conte di Sarno, Francesco Coppola, Antonello partecipa alla
spedizione contro i turchi ad Otranto uscendone vittorioso. Nel 1484
potenzia la flotta reale con proprie galee.
E’ in questo periodo che Antonello ed altri feudatari del
regno
mutano atteggiamento nei confronti degli aragonesi, a causa della
politica accentratrice del re e degli atteggiamenti antifeudali del
principe ereditario Alfonso. La rottura tra il re e il papa offre
l’occasione ai dissenzienti di agire contro la corona
stringendo
una forte alleanza con il pontefice.
Nel 1485 parte l’offensiva antiaragonese, che oltre ad
Antonello
ha come maggiori protagonisti il ricordato Francesco Coppola e
Antonello Petrucci, segretario del re. La ribellione scoppia nel mese
di novembre, dopo che nel settembre era già insorta
l’Aquila.
Nonostante il tentativo di Ferrante di comporre pacificamente la
contesa, il papa Innocenzo VIII non esita a ricorrere alle armi,
inviando truppe nel regno.
Antonello partecipa attivamente alle ostilità. Il castello
di S.
Severino viene assediato in due riprese. Solo il 16 luglio del 1486,
dopo cinquantasei giorni di assedio, capitola definitivamente nelle
mani del conte di Noia.
L’11 agosto dello stesso anno viene raggiunta la pace tra il
papa
e il re, che si impegna a versare il tributo dovuto alla Chiesa e a
perdonare i baroni ribelli. Ma Ferrante non rispetta gli accordi,
infatti dopo appena due giorni dalla stipulazione della pace fa
arrestare Francesco Coppola e Antonello Petrucci e li fa giustiziare,
dopo un sommario processo. Antonello, rimasto solo a fronteggiare le
ostilità, il 6 gennaio 1487, a Sarno, firma un patto di non
belligeranza col re.
Ma si tratta di una pace effimera. Infatti Antonello, dopo aver stretto
a Roma alleanze con i Carafa, i della Rovere, i Savelli e i Colonna,
riprende la lotta contro Ferrante, che lo dichiara ribelle e gli
confisca i feudi.
Per sfuggire alla cattura Antonello ripara in Francia, dove insieme ad
altri fuorusciti si adopera per convincere Carlo VIII a scendere in
Italia contro gli aragonesi. La preparazione politico-diplomatica della
spedizione è lunga e laboriosa.
Nell’agosto del 1494 Carlo VIII muove verso il sud
d’Italia
senza incontrare ostacoli sul suo cammino; nel febbraio
dell’anno
successivo entra in Napoli con l’appoggio dei patrizi
napoletani
e dei baroni feudali del regno.
Intanto, morto Ferrante nel gennaio dell’anno precedente,
l’erede Alfonso, privo delle capacità militari del
padre
per fronteggiare l’offensiva francese, è costretto
ad
abdicare in favore del figlio Ferdinando, detto
“Ferrandino”.
Non rassegnati alla sconfitta, nel 1495 gli aragonesi riorganizzano il
loro esercito e riprendono le ostilità per la riconquista
del
regno, che si concretizza il 7 luglio dello stesso anno. Dura invece
ancora mesi l’assedio ai feudatari ribelli trincerati nei
propri
castelli. Antonello, agli inizi di ottobre da Napoli si rifugia a S.
Severino, dove nel suo castello si prepara per fronteggiare
l’attacco delle milizie di Ferrandino. L’assedio si
conclude dopo alcune settimane con la sconfitta di Antonello e la
decimazione delle sue truppe.
L’indomito Sanseverino non si arrende. A partire dal marzo
del
1496 riprende le ostilità su diversi fronti a sud del regno,
costantemente braccato da contingenti aragonesi. Assediato in Atella,
riesce ancora una volta a riparare tra le mura del suo castello a S.
Severino, dove, dopo un lungo assedio, è costretto alla
resa.
Il 5 ottobre di quell’anno muore Ferrandino e gli succede lo
zio
Federico, che raggiunge un compromesso con la feudalità del
regno, in seguito al quale Antonello si vede reintegrare nei suoi feudi
e nelle cariche che gli competono.
Anche con Federico la tregua è breve. Partito da Napoli,
Antonello raggiunge i suoi feudi nel sud per congiurare anche contro
Federico. Battuto su tutti i fronti, il 15 dicembre 1497 capitola nel
suo castello di Diano. Ottiene salva la vita, ma è costretto
all’esilio in Senigallia. Muore nel casale di Costanzo nel
gennaio 1499.
Roberto II, erede di Antonello, nasce nel 1485. Quando ha solo due
anni, per vendetta contro il padre, Ferrante d’Aragona lo
segrega
con la sorella e la bisnonna Giovanna nelle carceri di Castelnuovo.
Dopo otto anni, ritornato libero, segue il padre nelle numerose
scorribande contro gli aragonesi, fino all’esilio di
Senigallia.
Nel 1498, morto Carlo VIII, il suo successore, Luigi XII, riprende i
progetti di conquista in Italia.
L’anno successivo occupa Milano e punta su Napoli, le cui
sorti
dipendono ormai dai giochi della grande politica internazionale. In
seguito all’accordo tra Francia e Spagna (trattato di
Granada) e
alla definitiva sconfitta degli aragonesi, avvenuta nel 1501, il regno
di Napoli viene diviso tra Luigi XII, che si annette la metà
settentrionale del napoletano, e Ferdinando il Cattolico, che si
attesta nelle Puglie e in Calabria. Ma l’equilibrio raggiunto
con
la spartizione è troppo precario per durare a lungo. Il
regno,
col suo sbocco sul Mediterraneo, è un obiettivo strategico
irrinunciabile per Ferdinando, che riprende le ostilità con
i
francesi per annettersi anche il napoletano. Il conflitto si conclude
nel 1503 con la vittoria degli spagnoli.
Il regno di Napoli, trasformato in viceregno, si riduce ad una
provincia dell’impero spagnolo, che instaura nel Mezzogiorno
d’Italia una dominazione lunga due secoli.
Intanto, nel 1502, Luigi XII restituisce i feudi di famiglia a Roberto,
compreso il Principato di Salerno. Feudi che gli vengono confermati
anche dagli spagnoli nel 1506, anno in cui sposa Marina
d’Aragona
imparentata con Ferdinando il Cattolico. Agli inizi del 1507 nasce
l’erede al quale, in omaggio al congiunto re di Spagna, gli
viene
imposto il nome di Ferrante. Roberto muore l’anno successivo
a
soli ventitré anni.
Ferrante, suo successore, a causa della minorità, viene
posto
sotto il tutorato di Bernardo Villamari, conte di Capaccio e padre di
Isabella, sua futura sposa.
Raggiunta la maggiore età, Ferrante si trasferisce nel
palazzo
di famiglia a Napoli, dove si circonda di letterati, poeti e artisti
della migliore intellettualità. A Salerno ravviva la Scuola
Medica Salernitana e crea le due accademie dei Rozzi e degli Accordati.
Nel 1529 è a Bologna, in veste di ambasciatore, in occasione
dei
festeggiamenti in onore di Carlo V. L’università
di Napoli
gli ha conferito l’alto privilegio di portare lo scettro del
viceregno all’imperatore. All’ultimo momento
l’incarico viene assegnato ad Alfonso Osorio, marchese di
Astorga; a Ferrante viene concesso di presenziare alla cerimonia solo
col gonfalone maggiore della chiesa. Il Sanseverino, risentito del
declassamento, non aderisce all’invito e manda in sua vece
Leonetto Mazzacane. Da parte sua, si limita a partecipare alla
cerimonia in incognito, nascosto da una maschera, atteggiamento che
suscita le ire di Carlo V.
L’incidente non sembra pregiudicare i rapporti con
l’imperatore, tanto è vero che Ferrante nel 1535
lo riceve
a Salerno. E ancora, l’anno successivo, lo invita a Napoli ad
una
giostra che ha organizzato in piazza Carbonara.
A Napoli, il governo del viceregno è nelle mani di Alvarez
di
Toledo. In un primo tempo ben visto da Ferrante, ben presto si rivela
dispotico e prevaricatore dei diritti della nobiltà.
Nel 1537 Ferrante, sfidato, uccide in duello il marchese di Polignano,
nonostante il divieto di turbative della pace pubblica imposto dal
Toledo. Condannato a una multa di 40.000 ducati, Ferrante ricorre a
Carlo V, che lo grazia.
Successivamente, l’ordine del viceré di chiudere
le
accademie letterarie, dove si credeva allignasse l’eresia, e
l’annuncio dell’introduzione nel viceregno del
tribunale
dell’Inquisizione, scatena a Napoli una violenta reazione
popolare. La protesta viene soffocata dal Toledo con
l’arresto di
alcuni giovani nobili, che dopo un sommario processo vengono condannati
a morte e giustiziati per decapitazione.
La città colpita da tanta efferatezza invia Ferrante e
Placido
de Sangro in Spagna a riferire a Carlo V delle atrocità del
Toledo. Ma, una volta alla corte spagnola, Ferrante viene accusato dal
re di essere il fomentatore delle rivolte e trattenuto per oltre un
anno.
Ferrante, caduto in disgrazia nei confronti della corte spagnola, una
volta a Napoli è costretto a subire la vendetta del Toledo,
che
non perde occasione per denigrarlo con accuse infamanti e infondate.
L’odio del viceré verso Ferrante lo porta
addirittura ad
progettarne l’eliminazione fisica. Infatti, il 4 giugno 1551
il
Principe viene ferito in un’imboscata presso la molina di
Vieri.
Ferito e spaventato, si rivolge ancora una volta a Carlo V per ottenere
giustizia. Ma l’assenza di provvedimenti a sua difesa da
parte
dell’imperatore fa maturare in lui la decisione di recarsi in
Francia in cerca di alleanze contro la Spagna.
Parte il 27 novembre 1551, ma il suo è un viaggio senza
ritorno. Muore ad Avignone senza eredi nel 1568.